sabato 23 settembre 2017

Piattaie






La vecchia ghiacciaia non era felice di stare in una cucina dove tutto era così diverso da lei, che in passato aveva sempre fatto il suo dovere senza bisogno di elettricità. Per lei niente cavi, niente prese, solo uno spesso cuore di metallo per custodire il ghiaccio il più a lungo possibile. Non come quel bestione giallo che le avevano messo vicino, che non faceva altro che ronzare, giorno e notte. 





E poi, c'era anche l'aspetto estetico da considerare: sì, d'accordo, le avevano tolto quella terribile vernice azzurra che nascondeva la nobiltà del suo legno, ma alla fine le forme..., l'età...insomma, avrebbe tanto voluto avere accanto qualcosa che le ricordasse la sua gioventù.


Poi un giorno, quasi improvvisamente, come se qualcuno avesse saputo leggerle nel pensiero, ecco arrivare in cucina qualcosa che le  era familiare, una cosa fatta di legno vecchio, senza cavi e senza prese e soprattutto che, come lei, sembrava un po' a disagio in una cucina moderna : era arrivata una  piattaia. 





Non ho mai avuto il coraggio di dirle che la piattata non era arrivata lì per lei, ma era semplicemente la risposta a un mio vecchio sogno, che mi portavo dietro fin dall' infanzia, da quella piccola credenza blu , regalo di Santa Lucia, che nella parte superiore allineava sugli scaffali piatti, bicchieri e tazzine di legno. Tutti in famiglia conoscevano questa mia passione, al punto che i miei bambini per Natale o in occasione di un compleanno, me ne facevano trovare nuovi esemplari in miniatura.






Ora però la piattata era vera e potevo riempirla di tazze e piattini veri... , aggiungere altri oggetti, addobbarla per le feste di Natale, insomma nella cucina era entrato un oggetto che non soddisfaceva solo un generico e noioso principio di utilità, ma rappresentava la realizzazione di un desiderio.











Vi ricordate del "fanciullino" di Giovanni Pascoli??  A volte la poesia è anche nelle piccole cose...

Comunque, al di là delle mie fantasie che possono anche apparire patetiche e non  condivisibili, date un'occhiata a queste altre piattaie e magari ve ne innamorerete anche voi.




























































































venerdì 22 settembre 2017

William Shakespeare

Forse non sarà "vera cultura", ma gli articoli su Focus riescono sempre a stuzzicare la mia immaginazione. In effetti non ho bisogno di essere una persona colta, mi basta divertirmi leggendo e soddisfare qualche piccola curiosità. 

Oggi ho letto qui:http://www.focus.it/cultura/arte/william-shakespeare-n questo articolo sul massimo poeta inglese:

William Shakespeare, chi era davvero il grande poeta?


A 400 anni dalla morte di William Shakespeare non si sa né il vero nome, né il viso, né la storia. Era comunque il più grande poeta... inglese? Forse. Italiano? C'è chi lo pensa. Ecco chi era davvero William Shakespeare.


Nessuna certezza. Un ritratto di Shakespeare (1564-1616) che viene fatto risalire al 1610: molti ritengono perciò che sia l’unico dipinto “dal vero” del poeta inglese. In realtà non ce n’è certezza.
Tra gli studiosi c’è chi, analizzando la sua firma, ha sostenuto che non fosse neppure capace di leggere e scrivere. E uno studioso italiano afferma anche che Shakespeare non fosse altro che un prestanome di John Florio, poeta di origine italiane, attivo in Inghilterra nel '600.



Scaltro e ignorante paesanotto, socio di una fortunata associazione letteraria, o geniale autore dei drammi e dei sonetti che resero grande la letteratura inglese elisabettiana? Sono passati 400 anni dalla sua morte, eppure i misteri che avvolgono William Shakespeare (nato nell'aprile del 1564 a Stratford-upon-Avon e morto il 23 aprile 1616) continuano a infiammare accademici e studiosi. E il fatto che su di lui esistano solo pochissimi documenti non fa che aumentare la curiosità: il figlio del guantaio di Stratford-upon-Avon fu davvero l’autore di opere immortali come Romeo e Giulietta, il Mercante di Venezia, Otello? O il Dante d’Inghilterra è solo quella che lo scrittore Henry James definì nel 1903 “la più grande e più riuscita frode che sia mai stata realizzata nei confronti di un mondo paziente”?
La più fedele alle fonti resta la lapidaria biografia del critico letterario settecentesco George Steevens: “Nacque a Stratford-upon-Avon, si fece là una famiglia, andò a Londra, fece l’attore e lo scrittore, tornò a Stratford, fece testamento e morì”. Il resto solo ipotesi. Persino il suo volto resta un mistero: i dipinti e le sculture che lo raffigurano furono realizzati solo dopo la sua morte, da artisti che mai l’avevano conosciuto. Con una sola eccezione: il busto sul suo monumento funebre, fatto costruire dal genero nella chiesa della Santissima Trinità a Stratford, tra il 1616 e il 1622.





Dal sacco alla penna d’oca. Shakespeare vi appariva accigliato, con barba e baffi all’ingiù, le mani appoggiate su un sacco di grano. O almeno questo è ciò che si vede nei due disegni che ritraggono l’originale prima che venisse modificato, nel 1720, quando i critici ne avevano fatto il più importante autore della letteratura inglese. Allora il poeta assunse i lineamenti dell’uomo raffinato con il pizzetto che conosciamo: nella mano destra gli fu messa una penna d’oca, nella sinistra un foglio di carta.

Eppure il William dei documenti giudiziari e commerciali, gli unici finora rinvenuti, era molto più simile al rozzo commerciante barbuto: all’Università di Aberystwyth (Galles) si è scoperto che comprava grano durante le carestie per rivenderlo a caro prezzo, che era un usuraio e un evasore fiscale.

Questa mancanza di spirito filantropico è confermata dal suo testamento: nell’atto William non nomina alcun patrimonio librario, né fa accenno alle sue opere. Si concentra invece sui beni materiali, destinando alla moglie Anne Hathaway “il secondo letto con il mobilio”. Da qui nascono le speculazioni sul matrimonio infelice di Shakespeare. Chi vuol difendere l’onore del poeta, ricorda che all’epoca in una casa inglese il primo letto era quello degli ospiti, il secondo quello maritale: l’eredità sarebbe stata quindi un romantico ricordo della loro unione. Come il sonetto 145, in cui il verso “hate away”, letteralmente “lontano dall’odio”, richiamerebbe il cognome della moglie, cui sarebbe dedicato.





Le malelingue invece notano che quando la coppia si sposò (1582), Anne era già incinta della primogenita Susannah e che, forse, il suo era stato un matrimonio riparatore. Sappiamo poi che, dopo l’ulteriore nascita di due gemelli (1585), Shakespeare lasciò Stratford: pare lo avesse fatto per sfuggire al processo intentatogli da un signorotto che lo aveva pizzicato mentre cacciava di frodo (o, forse baciava la figlia del guardacaccia) nella sua proprietà.

Comunque siano andate le cose, è da questo momento che si perdono le sue tracce: come trascorse i cosiddetti “anni perduti”, tra il battesimo dei figli e la sua comparsa sulle scene londinesi (1592)?




Secondo un altro studio, sarebbe questo ritratto, ingrandito sulla copertina di un erbario del 1597, l’unico “dal vero” di William Shakespeare. | Reuters

Da stalliere ad attore. Le alternative ipotizzate dagli studiosi sono diverse: si aggregò a una delle compagnie teatrali capitate a Stratford intorno al 1587, cominciando così la sua carriera da attore, o impiegò quel tempo per farsi una cultura (sempre ammesso sapesse scrivere, come obiettano alcuni esperti che hanno studiato a fondo la sua firma)? «Più probabilmente, arruolatosi volontariamente o coscritto, dovette attendere la fine delle ostilità tra l’Inghilterra e i Paesi cattolici prima di trovarsi una qualsiasi occupazione a Londra, si presume nel 1589», afferma Corrado Panzieri, studioso di Shakespeare.
Come scrisse nel XVIII secolo uno dei suoi biografi, l’inglese Robert Shiels, William “era un giovane ridotto sul lastrico, che si guadagnava da vivere a Londra prendendosi cura dei cavalli dei gentiluomini che si recavano a teatro”. Shiels però aggiunge che, colpiti dalla sua parlantina, alcuni attori lo avrebbero raccomandato ai gestori del teatro, dandogli l’occasione di calcare finalmente le scene e di ottenere la fama, “più come scrittore che come attore”.
Nella capitale sarebbe rimasto fino al 1613, ma allora perché non intrattenne con i colleghi letterati scambi epistolari, allora diffusi quanto lo sono ora i post di Facebook? E perché alla sua morte nessuno scrisse un elogio funebre in sua memoria? Viene proprio da chiederselo: Shakespeare fu davvero il celebrato autore elisabettiano? Troppi dati non tornano, dicono gli esperti di ieri e di oggi. E infatti, fin dalla metà dell’Ottocento, gli studiosi hanno pensato di intravvedere fior di papabili autori nascosti dietro quel nome: fra i più famosi il filosofo Francis Bacon, lo scrittore Christopher Marlowe, il colto Edward de Vere conte di Oxford, la contessa Mary Sidney di Pembroke (sorella del poeta Philip) e persino la regina Elisabetta. Tutti inglesi, ovviamente. Tranne l’ultimo e attualmente più gettonato candidato: John Florio, letterato di origini italiane, docente a Oxford, con incarichi di prestigio alla corte della regina d’Inghilterra.




Aiutato dal padre. «La verità è che certezze non ce ne sono, ma una congerie di nuove informazioni ricavate dallo studio di documenti d’archivio, fa ritenere che chi scrisse quelle opere non fu Shakespeare. Potrebbe essere stato invece John Florio che, avvalendosi degli appunti, dei racconti e dei testi portati dall’Italia dal padre Michelangelo e grazie alla collaborazione della cerchia di colti parenti e amici e di altri drammaturghi emergenti, avrebbe creato le opere che oggi vengono attribuite al poeta di Stratford», dice Panzieri, cofondatore dell’Istituto di studi floriani di Milano e autore di una biografia sui Florio, in corso di pubblicazione.
Lo confermerebbero le tracce lasciate fra le righe delle tragedie shakespeariane: i neologismi inventati da John per le traduzioni inglesi delle opere italiane; l’ambientazione nelle nostre città e nei luoghi al di fuori dell’Inghilterra frequentati dal padre; le storie romanzate di personaggi che il colto fiorentino aveva conosciuto. Jane Grey, per esempio, regina d’Inghilterra per 9 giorni e allieva di John quando insegnava letteratura italiana presso la famiglia reale, ispirò a Michelangelo un racconto del 1561 da cui il figlio avrebbe tratto Romeo e Giulietta.

Shakespeare è un nome di fantasia? Il più celebrato drammaturgo di tutti i tempi secondo qualcuno in realtà non è mai esistito. Di lui, in effetti, si conosce ben poco. Ma ciò non significa che non sia stato un personaggio reale. I più dubbiosi si chiedono come potesse avere sviluppato una così grande abilità letteraria, data la sua estrazione sociale, e come avesse potuto acquisire conoscenze tanto precise di politica, legge, scienza e geografia, presenti nelle sue opere, non avendo viaggiato più in là di Londra. Forse, è la conclusione, non si trattava di una persona, ma soltanto di uno pseudonimo

Solo un prestanome. Ma se furono i Florio a scrivere le opere, Shakespeare che c’entra? Gli italiani, suggeriscono gli studiosi, volevano mantenere l’anonimato: il padre, uomo di chiesa che aveva abbracciato il riformismo di Lutero, perché temeva ancora le persecuzioni dei cattolici; il figlio, uomo di prestigio a corte, perché all’epoca era considerato sconveniente firmare le opere del teatro popolare. Ed ecco cosa c’entra William. «Per venderle e rappresentarle avevano bisogno di un socio come Shakespeare: un tipo volitivo, concreto e intraprendente, già inserito nelle compagnie teatrali», nota l’esperto. La loro collaborazione però non sarebbe rimasta segreta: il drammaturgo Robert Greene, offeso dalle arie che si dava quel prestanome, denunciò in un libello l’arroganza di “un corvo appena venuto alla ribalta, che (...) benché sia in tutto e per tutto uno Johannes Factotum (per alcuni il soprannome di Florio), si crede il solo Shake-scene (“scuoti-scena”) del paese intero”.



Un segreto di Pulcinella, insomma, forse ancora sepolto fra i 340 volumi e gli scritti dei Florio. John, infatti, lasciò tutto in eredità al conte William III di Pembroke, ma tuttora gli eredi si rifiutano di aprire le porte della loro biblioteca agli studiosi. Forse, per continuare a difendere il falso mito letterario d’Inghilterra.

Maria Leonarda Leone per Focus 281


Ma c'è un'altra ipotesi tra gli studiosi:

Lamberto Tassinari, uno studioso italiano che vive in Canada, nel suo volume Shakespeare? È il nome d’arte di John Florio (Giano Books, Montréal, 2008) arriva ad affermare, riscuotendo grandissimo successo, che il grande linguista italiano John Florio è il vero autore delle opere di Shakespeare: Shakespeare e Florio sono perfettamente compatibili per stile, carattere, educazione, cultura linguistica e teologica, amicizie e, cosa ancor più indicativa, condividono l’amore per la lingua e la cultura italiane.
La tesi di Tassinari è condivisa anche dal ricercatore Saul Gerevin e da Giulia Harding, una giornalista della BBC radio, che hanno dato vita ad un movimento di opinione per portare all’attenzione della critica letteraria l’importanza di John Florio nella formazione delle opere di Shakespeare, e sono giunti a rinvenire nella letteratura inglese della fine del XVI sec. alcuni indizi che avallano l’ipotesi secondo la quale sotto il nome di Shakespeare si nasconda proprio John Florio: il drammaturgo Ben Jonson, (1572 -1637) definì Giovanni Florio misterioso “Shakes-pear” e Robert Greene (1558 – 1592), nel suo “Groatsworth di Wit“, lo chiamò ” Iohannes factotum”, sostenendo che egli pretendeva di essere “l’unica Shake-scene” dell’Inghilterra , definizione con la quale anche Thomas Nashe (1567-1601) attaccò violentemente John Florio definendolo, appunto, “Shake-scene”; pare esista pure di un ritratto di John Florio, da secoli dimenticato in una dimora dei conti di Sathampoton, sul cui retro una targa dica che il personaggio rappresentato sia William Shakespeare.
Se a questo punto, pur senza la pretesa di aver raggiunto la verità, accettassimo l’ipotesi che Giovanni Florio e William Shakespeare potrebbero essere identificati nella stessa persona, resterebbe un dubbio: da quale lembo d’Italia partì suo padre, Michelangelo Florio, prima di giungere in Inghilterra? Era siciliano, come sostiene il siciliano Iuvara, o toscano, come affermano i toscani Tassinari e Gerevin?


giovedì 21 settembre 2017

Il primo miglio della via Appia



Da http://www.capitolivm.it/speciali/primo-miglio-via-appia-luogo-origini-mitiche-urbe/

Il primo miglio della Via Appia, un luogo strettamente connesso con le origini mitiche dell’Urbe






Chi oggi percorre la Via Appia Antica – una delle meraviglie assolute di Roma – uscendo dalla città, dalla Porta San Sebastiano, oltrepassata la copia della colonna miliaria – quella del primo miglio – murata dopo poche decine a destra (in realtà si tratta di una copia, l’originale è al Campidoglio) si accorgerà anche che, poco più avanti, all’altezza della chiesetta del Domine Quo Vadis, la via svolta repentinamente verso sinistra, per proseguire poi la sua corsa, da lì in poi, in un rettilineo assoluto per molti e molti chilometri.



Questo particolare ha da sempre attratto la curiosità di archeologi e studiosi di Roma Antica. È infatti noto che gli ingegneri romani, per quanto possibile, realizzavano su linee rette i tracciati delle loro strade. Perché dunque una eccezione così vistosa, e proprio al primo miglio della strada più importante di Roma? Un libro pubblicato di recente da Rachele Dubbini, Il paesaggio della Via Appia ai confini dell’Urbs. La valle dell’Almone in età antica (Edipuglia, Bari, 2016) aiuta a svelare l’arcano, chiarendo come questo luogo famoso nel mondo sia strettamente legato alle origini mitiche dell’Urbe.
In realtà il conteggio dei chilometri era anticamente diverso, a seconda se il calcolo fosse effettuato a partire dalle Mura Serviane, fatte costruire da Tarquinio Prisco nel VI secolo a.C. oppure a partire da quelle Aureliane, edificata otto secoli più tardi dall’imperatore Aureliano tra il 270 e il 275 d.C. Ecco perché sulla Via Appia il primo miglio viene contrassegnato alternativamente dalla pietra miliare subito dopo Porta San Sebastiano e al contempo dal Santuario del Domine Quo vadis, che si trova circa ottocento metri dopo, all’altezza della nostra curva a sinistra.



E questo spiega l’arcano, perché era tradizione di Roma Antica che al primo miglio delle vie consolari si trovasse sempre un santuario o un luogo di culto, che avevano anche la funzione di assicurare voti propizi al viaggio che si andava ad intraprendere.
Ben prima del Santuario del Domine Quo vadis, legato all’apparizione di Gesù Cristo a San Pietro, subito prima del martirio di quest’ultimo, raccontati negli apocrifi Atti di Pietro, proprio in quel luogo esisteva una zona paludosa, visto che la Via Appia superava in quel tratto la valle del ruscello Almone. In questa palude, secondo la leggenda, era avvenuto nientemeno che l’incontro tra Rea Silvia e il dio Marte, dal quale furono generati Romolo e Remo, i fondatori della città.
A causa di questa persistente leggenda, in questo luogo fu eretto un grande santuario dedicato a Marte, il dio della guerra, presso il quale si svolsero, per molti secoli, riti propiziatori per i giovani che dovevano recarsi in battaglia, danze sacre e ginniche; qui ci si fermava a ringraziare il dio dopo essere tornati dalle lunghe campagne militari; sempre qui il simulacro della dea Cibele fece il suo ingresso a Roma. Resti del tempio antichissimo del dio Marte sono stati trovati in scavi archeologici degli anni ’70 a poca distanza dal bivio con la Via Ardeatina, nei pressi della chiesa attuale.



Quando alle antiche mitologie si sovrappose anche la devozione cristiana nell’episodio del Quo Vadis, fu ancora più legittimato il fatto che in quel punto la strada deviasse leggermente verso la zona sacra. Non bisogna dimenticare infatti che poco più avanti si trova un altro importante edificio religioso, il Santuario del Dio Redicolo, in realtà la Tomba della nobildonna romana Annia Regilla, morta nel II secolo d.C. e divenuto nei secoli XVII e XVIII – interpretando erroneamente Plinio – un tempio che accoglieva i pellegrini e i romani che facevano ritorno in città dopo lungo tempo.



Fabrizio Falconi