mercoledì 17 gennaio 2018

Saint Michael's mount






Tutti conoscono la località Mont Saint Michel, il celebre isolotto al largo delle coste della Normandia, famoso per la grandissima escursione delle maree che lo collegano o lo isolano dalla terra ferma. E' un luogo molto suggestivo e non tutti sanno che  non lontanissimo da lì esiste un altro isolotto con lo stesso nome e le stesse caratteristiche, ma che fa parte dell'Inghilterra perchè si trova di fronte alla costa della Cornovaglia.




Anche questo luogo è  dedicato all'arcangelo Michele, che secondo la leggenda vi sarebbe apparso nel 495 e al quale dei monaci benedettini, provenienti proprio da Mont Saint Michel, vollero dedicare un'abbazia in loco, abbazia (della quale rimangono solo il refettorio e la chiesa) sostituita poi nel corso del XVI secolo dalla fortezza che si può tuttora ammirare.





St. Michael’s Mount, impressionante isolotto inglese nel cuore della Mount’s Bay, è presto diventata una delle attrazioni di punta della zona, frequentata dai curiosi e dagli amanti delle sue dolci spiaggette e dei romantici scorci sull'acqua che, quasi come un tesoro, gelosamente custodisce.





St. Michael’s Mount è una delle 43 isolette che circondano la Gran Bretagna, è dedicata all’arcangelo Michele e ha alle spalle una storia lunga, particolare e decisamente interessante. Si tratta, infatti, di uno dei luoghi più antichi dell’Inghilterra, che nel corso della sua storia ha vissuto vicende alterne accogliendo, di volta in volta, monasteri, abbazie e rifugi per i pellegrini, e letteralmente trasformandosi in base alle diverse esigenze e funzioni che si è trovato a ricoprire.



Lo scenario che si apre davanti agli occhi dei visitatori, che ogni anno affollano la piccola isola, è uno scenario rimasto immutato, fermo in un passato che qui si fa più attuale che mai. Passeggiando tra le stradine del villaggio che si trova sull’isola, sembra che il tempo si sia fermato, sensazione che si acuisce osservando la decina di case rimaste e la piccola cappella risalente al XV secolo che costituiscono i suoi unici – eppur significativi – luoghi d’interesse.












St. Michael’s Mount può essere raggiunto sia a piedi che in bicicletta, ma ad una sola condizione: che la marea lo permetta. Proprio come per Mont Saint Michel, infatti, i collegamenti con l’isolotto sono garantiti solo quando il livello dell’acqua si abbassa e lascia emergere il sentiero che lo collega alla terraferma.


lunedì 15 gennaio 2018

Calendari

Mia madre diceva spesso  :"  'l temp l'è tùt tacà " , piccola perla di saggezza popolare che  perde un po' del suo sapore quando si cerca di tradurla dal dialetto  in italiano corrente. Quel che intendeva dire era che a volte è inutile aver fretta o lasciarsi prendere dal timore di non riuscire a portare a termine un impegno, un progetto, in un tempo prestabilito. Più facile a dirsi che a farsi, perché forse spaventati dalla sua inconsistente fluidità, gli uomini hanno presto imparato a fare a pezzi il tempo, dividendolo in unità sempre più piccole, in cui restare intrappolati.
 
Del resto, da esseri razionali, bisogna riconoscere che senza criteri comuni di classificazione del tempo, si finirebbe nel caos e, come sempre, dipende da ciascuno di noi saperci rapportare con serenità al suo inarrestabile fluire.

Agende, orologi, timer, calendari hanno soppiantato meridiane, clessidre, tavolette di cera... ma alla fine non si può fare a meno di misurare il tempo.

Personalmente non ho mai avuto molta simpatia per gli orologi, non ne indosso da anni , mentre mi piacciono i calendari, in particolare quelli illustrati e li conservo con cura, anche quando ormai hanno perso qualsiasi utilità. In genere li ricevo in regalo, prima dell'inizio di ogni nuovo anno, dalle persone che mi stanno vicine, che conoscono i miei gusti, ma ne ricevo anche da  amici che sono lontani e che in qualche modo finiscono per essere virtualmente con me per tutto l'anno.








Per me il tempo dei viaggi e delle vacanza è ormai concluso - salvo qualche piccola parentesi - perciò apprezzo molto quei calendari che i miei figli acquistano per me durante le loro vacanze; posso conoscere nuovi paesaggi e poi,sapere di essere nei loro pensieri anche quando sono lontani, mi scalda il cuore ...













A volte i calendari mi portano a spasso per giardini più o meno vicini ed ogni pagina è una gradevole sorpresa




o un invito alla fantasia...









Ogni anno Fabio ritira dal suo giornalaio un calendario locale, un calendario cioè dove si raccontano tradizioni, proverbi, aneddoti, piatti tipici e curiosità della terra bergamasca. Per il 2018 però l'ho anticipato e ho comperato un nuovo calendario che più bergamasco di così non potrebbe essere....




 
infatti , oltre a raccontare "i giochi di una volta", è scritto integralmente in dialetto, nomi dei santi compresi, e vi assicuro che tentare di leggerlo ad alta voce è un esercizio linguistico molto impegnativo.....ma anche divertente.

Se invece voglio rilassarmi, ecco il calendario capace di distendere i nervi  grazie ai bellissimi acquerelli di Franco Testa. 





Le illustrazioni naturalistiche di questo pittore realizzate per molti anni per "L'erbolario" sono secondo me di una bellezza strepitosa, per l'accuratezza dei dettagli, per l'uso sapiente dei colori, per le atmosfere che affiorano dagli sfondi, in armonia con il soggetto in primo piano.










  

 
 
 
 
 
 
 



























Sfogliare un vecchio calendario è un po' come sfogliare la propria vita e ritrovare i giorni belli, quelli tristi, quelli allegri, quelli bui, quelli vuoti, quelli speciali che non potremo mai dimenticare, e rimettendoli insieme far sì che il tempo ritorni ad essere, come diceva la mia mamma, tùt tacà.











sabato 13 gennaio 2018

Can da la bissa








Questa imprecazione pare riferirsi particolarmente agli esattori delle tasse dei Visconti.


I Visconti




Nell'antichità solevano viaggiare circondati da numerosi cani da guardia.

Erano pure amanti della caccia che praticavano con migliaia di levrieri e segugi. Questi animali portavano al collo, come segno di riconoscimento un collare sul quale era inciso lo stemma visconteo: la biscia. Perciò vennero chiamati "can da la bissa".

Quando viaggiavano, le strade dovevano essere sgombre da uomini, animali e cose.

La locuzione si diffuse nel nostro dialetto e vi restò per sempre: anche adesso infatti per fugare un pericolo, o per indicare una persona potente e scaltra, si usa dire:
"Can da la bissa"






“Can de la bissa” (cane della biscia) è un insulto milanese dalle origini antiche. Inizialmente indicava
i cani di Barnabò Visconti, feroce signore di Milano, riconoscibili dallo stemma visconteo che portavano sul collare. Questi cani erano circa cinquemila, dovevano essere mantenuti dai cittadini, potevano girare liberamente in città e se entravano in una casa il proprietario era tenuto ad allevarli. Pene severissime colpivano chi non li avesse nutriti e la morte di un cane poteva comportare la confisca dei beni del responsabile. 




Proprio in piazza Missori, sulla destra di chi guarda San Giovanni in Conca, si trovava la Cà di can (casa dei cani): sede centrale di questi poco amati animali. Si narrano diverse storie in proposito. Una racconta dell’abate che dimenticò di nutrire due alani: il Visconti lo condannò a una multa di quattromila scudi, cifra folle per l’epoca. Alle suppliche dell’abate, Barnabò rispose che lo avrebbe perdonato se fosse riuscito a rispondere a quattro domande: qual è la distanza dalla Terra al cielo; quant’acqua c’è nel mare; quello che si fa all’inferno; e quello che vale la mia persona. 
Fu il mugnaio dell’abate a trovare le risposte: disse che “da qui al cielo vi sono 36854072 e mezzo e venticinque passi” e “25982 milioni di cogna più sette barili, dodici boccali e due bicchieri di acqua nel mare”, se il signore non ci credeva poteva verificare i calcoli e, se le cifre indicate fossero risultate errate, farlo impiccare; all’inferno poi “si taglia, arraffia, squarta e impicca né più né meno di come fate voi qui”; quanto all’ultima domanda, la più insidiosa, rispose che Barnabò valeva ventinove denari, uno in meno di quelli per cui fu venduto Cristo. 
Leggende a parte, la Casa dei cani sorgeva realmente qui; verso il Settecento le condizioni del palazzo erano talmente disastrose che si usava dire “è come la Cà di can” per indicare qualcosa ridotta allo stremo.


(http://conoscimilano.blogspot.it/2013/10/piazza-missori.html)

giovedì 11 gennaio 2018

Il diavolo ha abitato a Milano

Mi piacciono le leggende che fioriscono nelle nostre città e vorrei trovarne riguardo Bergamo, ma quella che ho trovato oggi, qui:
http://www.milanocittastato.it/evergreen/forse-non-sapevi-che/lincredibile-storia-del-diavolo-di-porta-romana-e-dei-suoi-nobili-immortali/ 

è una leggenda tutta milanese.
Milanese e...infernale!



Nel Medio Evo avevano calcolato il numero di demoni degli inferi: 133.306.608. Ma il loro signore Satana era uno solo e abitava a Milano. Più precisamente in corso di Porta Romana 3. Così almeno si diceva nel 1630. In quell’anno tragico Milano venne falcidiata dalla peste che uccise in media mille persone al giorno. In un clima del genere c’era ben poca voglia di festeggiare, tranne che in un palazzo.



Come raccontano Francesca Belotti e Gianluca Margheriti nel testo Milano Segreta, un contadino raccontò di essere stato invitato in quella casa e di avere visto molte “larve sedute a congresso da un uomo con aspetto di principe ma con la fronte infuocata e occhio fiammeggiante”. Un cronista dell’epoca disse di avere incontrato satana e così lo descrisse: “Di anni cinquanta in circha con barba quadra et longa, né magro né grasso, né bianco né nero. Comparisce ogni giorno in carrozza superbissimo con sedici staffieri giovani, sbarbati, vestiti di livrea verde dorata et con assai copia di gioie e sei cavalli tirano la sua carrozza”.




L’uomo che ritenevano fosse satana si chiamava Ludovico Acerbi, marchese di Cisterna. Era arrivato a Milano da Ferrara nel 1615 su incarico del governo spagnolo. Ricco di famiglia, Acerbi acquisto l’intero palazzo di Corso di Porta Romana 3 e lo fece ristrutturare in stile barocco, che conserva anche oggi. 




In anni di crisi economica faceva scalpore un tale sfarzo e dispendio di denaro, tanto che su di lui iniziarono ad aleggiare ombre sinistre. Ma la vera e propria consacrazione di principe del male avvenne con la violenta epidemia di peste. Mentre i cittadini morivano nelle strade, satana che faceva? Se la godeva con feste sfrenate.


Acerbi se la spassava invitando la nobiltà che era rimasta in città e più i morti crescevano più le sue feste diventavano sontuose. Chi passava la notte in quella strada, sentiva risuonare la musica, le risate e le urla di gioia di una nobiltà che si credeva immortale. La peste se ne andò e in casa Acerbi nessuno risultò colpito dal morbo. E, si dice, neanche i nobili che parteciparono alle feste lo furono. E come avrebbero potuto, visto che avevano venduto l’anima al Diavolo di Porta Romana?




Ovviamente la credenza è frutto di male dicerie sul marchese poiché Ludovico Acerbi morì nel 1622 mentre la peste scoppiò a Milano nel 1630.

martedì 9 gennaio 2018

Visit London !!!

Ogni grande città si fa conoscere nel mondo  attraverso le immagini dei suoi  monumenti storici ; a volte però sono le forme e i colori di oggetti d'uso quotidiano a rappresentarle inequivocabilmente. Londra è la prima fra queste: basti pensare alle sue cabine telefoniche (ora purtroppo in via di estinzione), alle letter boxes o ai bus a due piani, tutti rigorosamente rossi.
 
 
Londra comunque è sempre capace di stupire anche quando pensi di sapere tutto di lei...

Molte volte avrete sentito parlare del quartiere residenziale di Chelsea, dei mercatini d'antiquariato, di Trafalgar Square, dei re, delle regine, dei duchi e dei principi sepolti nell'Abbazia di Westminster...o magari  siete anche già stati a visitarli...
Ritorniamoci insieme, volete? Chissà che non si possa scoprire qualcosa di nuovo...



 


Chelsea è un quartiere residenziale con pittoreschi edifici del Settecento e dell'Ottocento. Fin dal '500 hanno vissuto qui artisti e personaggi di rilievo e, in particolare nell'Ottocento , attratti dalla vivacità delle sue strade e dall'eleganza delle architetture, nel quartiere confluirono scrittori, musicisti, attori, ballerini, uomini politici e scienziati . Molti di loro , divenuti nel tempo famosi, vi fissarono la propria residenza, per brevi o lunghi periodi.

Nacquero così le London Blue Plaques, le targhe blu, a indicare i palazzi   nei quali soggiornarono personaggi celebri.

Alla prima , posata nel 1867 per contrassegnare la casa natale di Lord Byron, ne seguirono molte altre. Tra le più famose quella al n.34 di Tite Street dove dal 1884, anno in cui si sposò, al 1895, anno in cui finì in prigione, abitò Oscar Wilde.





Il compito di ricordare il passato e i suoi protagonisti è affidato da qualche tempo a un ente (altri simili l'hanno preceduto), l'English Heritage, che ne custodisce  più di 900 esemplari a Londra (altri sono sparsi un po' dovunque nel Regno Unito).

Impossibile elencarli tutti qui: oltre che a poeti, romanzieri, pittori, musicisti del passato, ci sono anche cantanti, politici, registi , che si sono distinti in epoca più recente. A volte nello stesso edificio hanno vissuto, in epoche diverse, talenti divenuti famosi nello stesso ambito artistico ma  in forme completamente diverse: allo stesso numero civico in Mayfair ci sono a pochi metri di distanza l'una dall'altra le targhe blu di Jimi Hendrix e George F.Handel...


 
 
 




Per meritarsi una blue plaque non è necessaria la popolarità a tutti i costi. Ad esempio , chi di voi ha mai sentito parlare di Luke Howard, l'uomo che dava un nome alle nuvole ? forse nessuno, eppure questo uomo d'affari, meteorologo dilettante, scrisse nel 1821 il primo libro di meteorologia e la sua classificazione delle nuvole in cirri, cumuli, strati e nembi è ancora oggi l'unica riconosciuta.
Mi sarebbe proprio piaciuto conoscere questo signore con la testa tra le nuvole...





Se vi capita di passeggiare per le strade di Londra , cercate le targhe blu e divertitevi a scoprire i fantasmi del passato.
Un ultimo dettaglio, le targhe vengono fatte artigianalmente dal 1984 dalla famiglia Ashworth in Cornovaglia.



 
 










































































Se siete appassionati di mercatini e vi piace cercare l'introvabile, Londra è una miniera di tesori. Collezionisti ed esperti d'arte si alzano alle prime luci dell'alba in cerca d'affari nei mercatini che fanno della capitale inglese un vero e proprio scrigno di oggetti di valore. Bermondsey Antique Market, chiamato anche New Caledonian è uno dei più frequentati :






























Ho letto che fino a qualche tempo fa Bermondsey poteva essere considerato davvero un mercato "aperto", per via di un'antica legge,  in base alla quale se un oggetto veniva venduto dall'alba al tramonto, la sua provenienza non poteva poi essere messa in discussione dal punto di vista legale. Ciò naturalmente favoriva la presenza di molta merce rubata, da qui la necessità di abolire questa insolita norma.

Sulle bancarelle ci sono indubbiamente molte cianfrusaglie, ma un occhio esperto potrebbe anche portarsi a casa per pochi scellini un pezzo raro e pregiato...





Ed eccoci nel cuore pulsante di Piccadilly Circus, la piazza più famosa d'Inghilterra, ad ammirare quella che è comunemente chiamata la statua di Eros, il dio dell'amore, secondo alcuni, o di Anteros, il dio dell'amore corrisposto, come dicono altri... Ma se non vogliamo perderci nei meandri della mitologia forse è meglio ricordare  l'intento per cui la proba società vittoriana la volle qui nel 1892  : commemorare il compianto conte di Shaftesbury, mecenate delle lettere e delle arti, con una statua che rappresentasse l'angelo della misericordia...

La statua fu modellata da uno scultore con un certo talento, ben introdotto nella Londra bene e nella famiglia reale, tale Alfred Gilbert, a cui piaceva paragonarsi al Cellini e al Bernini.
 
Peccato però che alla fine si rivelò un briccone che imbrogliava facoltosi clienti da cui si faceva dare cospicui anticipi per poi consegnare opere incomplete. Alla fine fu costretto a trasferirsi in Belgio per sfuggire ai creditori.... , brutta storia la sua , altro che amore e misericordia... Solo la sua allieva e amante Isabel McAlister, di 16 anni più giovane, aveva creduto alle sua frottole al punto da scrivere per lui una biografia elogiativa. Forse l'unica
freccia  scoccata dall'angelo - la corda dell'arco è in posizione di riposo - aveva colpito proprio lei, povera ragazza. 
 





Pensavo a questo punto del nostro tour di portarvi alla Cattedrale di Westminster per ammirare le bellissime statue che ornano i sarcofagi in cui riposano per l'eternità re,regine, principi e duchi, poeti e politici più o meno noti, ma ho cambiato idea... ci vuole qualcosa di più frivolo, allegro...e allora andiamo da Lock & Co. Hatters !





Siamo al n.6 di St.James's Street e stiamo guardando la vetrina del più antico negozio di cappelli al mondo.

L'attività fu iniziata nel 1676 da Robert Davis e portata avanti poi dal figlio Charles, che nel 1747 assunse come apprendista James Lock. Qualche tempo dopo James sposò l'unica figlia di Charles, Mary, e alla morte del suocero, ereditò l'attività che da quel momento prese il suo nome, Lock. La bottega si trova in questo edificio dal 1765.



Qui è nata la famosa "bombetta".




Si racconta che nel 1849 Edward Coke, nipote di Thomas Coke, 1° conte di Leicester, fosse insoddisfatto del copricapo che indossavano i suoi guardiacaccia, troppo flosci o troppo alti, inadatti a cavalcare nella sua tenuta nel Norfolk. Così un giorno venne direttamente qui, in S.James's Street , per incontrare il direttore della Lock & Co, un certo Thomas Bowler ,che si fece carico del problema.
Narra la leggenda che quando gli fu presentato il primo esemplare di bowler hat , Mr. Coke lo buttò a terra e ci saltò sopra a piè pari per testarne la robustezza. Superata la prova, fu concordato un prezzo di 12 scellini, senza immaginare che quel cappello sarebbe diventato un'icona nella storia dell'abbigliamento non solo in Europa ma anche oltreoceano.
Per tutto il periodo vittoriano la bombetta fu considerata il cappello da lavoro ideale per la classe operaia e quando approdò in America surclassò qualsiasi altro copricapo. Curiosa la sua diffusione in Bolivia negli anni '20. La bombetta era conosciuta perché veniva indossata dagli operai inglesi che costruivano la ferrovia nel paese, ma un giorno , da qualche parte, uscì dalle stive di una nave un carico di bombette troppo piccole per le teste degli operai; piacquero molto però alle donne boliviane che lo adottarono per il loro abbigliamento tradizionale, in uso ancora oggi.

A Londra la bombetta diventò l'uniforme dei banchieri nella City e tale rimase fino agli anni '80 del secolo scorso.

Ma torniamo alla Lock & Co. e al suo vasto campionario di cui vi offro un assaggio:
















 
 
 
 
 


Stanchi ? Forse un po', sì. E' arrivato il momento di fare una sosta, ma non è detto che una volta riposati, non si possa tornare per le vie di Londra in cerca di altre curiosità...