lunedì 26 giugno 2017

India: l'arte di adornarsi


Imparo leggendo qui:

Illimitate energie e creatività sono state da sempre impiegate in India allo scopo di abbellire il corpo femminile.


Il senso estetico indiano, per essere appagato, ha bisogno di ornare, di arricchire l'oggetto prescelto. Le figure retoriche letterarie, metafore etc., considerate indispensabili nella poesia indiana, vengono denominate Alamkara, termine derivante dal verbo che significa appunto adornare, decorare. Ma il significato letterale del verbo indica in realtà semplicemente l'azione di compiere, fare abbastanza, perchè secondo la mentalità indiana, senza ornamenti, nulla appare concluso, finito, sufficiente e solo appare bello ciò che è arricchito con adorni.

Da questa necessità estetica deriva l'accento posto sugli ornamenti femminili, siano essi gioielli o interventi di make-up e che rispondono anche a intenti scaramantici; spesso disegni e motivi dei monili hanno lo scopo di attirare fortuna e prosperità allontanando il temuto malocchio. Questi ornamenti, che ricoprono dalla testa ai piedi la donna, sono stati codificati con vari adeguamenti sin dall'antichità e secondo tradizione sono 16, Solah Shringar, numero che corrisponde all'età della perfezione femminile, secondo i testi indù, quando la donna raggiunge l'apice del suo fascino fisico a sedici anni, appunto. I gioielli e gli ornamenti vengono indossati nella loro totalità e nelle loro varianti più opulente durante il matrimonio, variando però in stile e caratteristiche a seconda delle regioni, della religione d'appartenenza e naturalmente delle possibilità economiche familiari.

Bindi o Tilak: deriva dal Sanscrito Bundu, punto centrale, e si applica tra le sopracciglia.




Sindoor: un pigmento in polvere, rosso sangue, che si applica nella scriminatura centrale dei capelli. E' utilizzato esclusivamente dalle donne sposate, è simbolo di fertilità e di appartenenza indissolubile ad un solo uomo.




Mang Tikka: si tratta di un pendente con catenella che termina con un gancetto. Questo si aggancia alla sommità del capo collocando la catenella lungo la scriminatura centrale dei capelli, facendo sì che il pendente appoggi al centro della fronte. E' un ornamento particolarmente adatto per le ragazze fidanzate, poichè appoggia sul Chakra rappresentato dall'unione della natura femminile e maschile. Rappresenta la potenzialità della donna di perpetuare la stirpe del clan a cui si appresta ad appartenere.



Anjana: conosciuto anche come Khol o Kajal. Tecnicamente si tratta di solfuro di antimonio; per rafforzare, illuminare ed ingrandire gli occhi, scurire ed allungare le ciglia.





Nath: l'anello al naso. A partire dall'epoca Moghul é diventato parte integrante e fondamentale dei gioielli da sposa; per molte ragazze di città il matrimonio è oggi l'unica occasione per indossare i grandi modelli tradizionali con catenella. Il naso è considerato essere in stretta relazione con gli organi genitali; in India, ci si riferisce alla prima notte di nozze di una sposa con la metafora della rimozione del Nath.




Haar: il girocollo. Sicuramente in origine si trattava di una semplice ghirlanda di fiori che si è evoluta sino a racchiudere in sè il massimo numero di proprietà magiche. Può reggere un amuleto, un mantra o un incantesimo al suo interno, o distrarre, con il luccichio di metalli e pietre preziose lo sguardo malevolo o ipnotizzante dal viso di chi la indossa. Quello che viene posto dal marito alla moglie durante le nozze e che indicherà poi lo stato civile della donna si chiama Mangalsutra. Ogni regione ha il suo particolare stile.





Karn phool: fiori alle orecchie, orecchini che ricoprono l'intera superficie disponibile. I lobi delle orecchie allungati sono considerati da sempre in India un segno di alto sviluppo spirituale ed interiore; sono infatti tra le caratteristiche classiche nell' iconografia del Buddha. La perforazione dei lobi, praticata in tutte le parti del mondo, in India si crede smussi i temperamenti ribelli. La letteratura antica descrive le orecchie delle fanciulle ornate con fiori, ed i motivi floreali sono ancora oggi tra i più popolari, per gli orecchini. A volte si tratta di oggetti così pesanti da causare un innaturale allungamento dei lobi, considerato appunto un pregio. Altri si agganciano alla sommità del capo e alle bande laterali di capelli. Non c'è un numero di orecchini prescritto: si predilige l'abbondanza.





Henné: i disegni applicati con la henna, mehndi, sono considerati altamente propizi per una sposa e a volte includono, tra gli arabeschi, il nome del fidanzato; una volta soli, lo sposo dovrà riuscire a trovarlo. Vengono applicati la sera prima del matrimonio, in quella che viene chiamata Mehndi ki raat, la notte della henna.






Braccialetti: uno degli ornamenti più antichi e amati della civiltà indiana. La celebre ballerina di Mohenjo Daro appare nuda, ma con il braccio sinistro ricoperto di bracciali, con solo alcuni sul destro. I reperti archeologici indicano che ogni possibile materiale è stato usato per produrre questi ornamenti, ancora popolarissimi in India, specialmente in vetro. Anche questo è un simbolo di matrimonio e nessuna donna sposata si presenterà con i polsi nudi. Naturalmente anche le ragazze nubili ne indossano, ma senza il significato irrinunciabile che rappresentano per la donna sposata. Generalmente si portano da 8 a 12 bracciali per polso. Alla morte del marito, le donne indiane per prima cosa spezzano i loro bracciali, che non indosseranno mai più. In Rajasthan, ma anche altrove, le donne di tribù prevalentemente nomadi indossano gli Ichura, bracciali piatti di avorio (oggi fortunatamente di plastica) di diametro progressivo fino a coprire l'intero braccio. In alcuni clan ogni bracciale corrisponde ad un anno di matrimonio.







Bazubandh: bracciali da schiava. Si tratta di bracciali a fascia portati al braccio a pressione o legati e spesso a questi si appendono degli amuleti. A seconda della comunità di appartenenza e del loro stato civile le donne possono indossarne uno solo o ricoprire l'intero braccio dalla spalla al gomito.





Arsi: anello da pollice con specchio. Naturalmente tutti gli anelli sono utilizzati e su tutte le dita, ma ne esiste uno particolare che si indossa da sposa e poi nei primi anni di matrimonio nelle occasioni speciali. E' un anello da pollice, dalla forma rotondeggiante, a volte a cuore, con al centro uno specchietto nascosto negli esemplari più raffinati da uno sportellino. Si tratta di un accorgimento per permettere alla ragazza di controllare discretamente se l'insieme dei suoi ornamenti, così come il trucco e la pettinatura, proseguono al loro posto. Un gesto civettuolo immortalato nei secoli da canzoni e poesie.







Keshpasharachna: l'acconciatura dei capelli. Fonte di poteri magici e di forza vitale in tutte le culture, i capelli occupano un posto privilegiato nella cultura indiana. I capelli sciolti indicano un atteggiamento irrispettoso delle tradizioni e libero e nell' India rurale sono visti ancora come una sfrontatezza; se viaggiate chiome al vento, troverete sempre chi si offrirà di intrecciarveli. Unti con oli profumati ed intrecciati, vengono poi adornati, specialmente al Sud, quotidianamente con ghirlande di fiori profumati. Dividere le chiome in tre parti e formare una treccia è considerata la maniera migliore di acconciarsi, rappresentando così l'unione della trimurti Brahma, Shiva e Vishnu, così come la confluenza dei tre fiumi sacri Gange, Yamuna e Saraswati.







Kamarband: cinture. L'enorme popolarità raggiunta da questo ornamento per la vita e i fianchi è riscontrabile in India nell'arte statuaria dei templi, negli affreschi e nelle miniature, in una ininterrotta e antichissima tradizione. Queste cinture si appoggiano sui fianchi mantenendo a posto le pieghe della sari sottolineando la curva dei fianchi. Spesso questa cintura prevede un sistema per l'aggancio delle chiavi e viene offerta alla sposa dalla suocera: chiavi nuove per la nuova padrona di casa.








Payal e Bichua: cavigliere e anelli per i piedi. Come in molte culture, i piedi sono considerati in India la parte più umile del corpo; per questo prostrarsi ai piedi di un anziano o di una divinità è segno di massimo rispetto. Così l'amato esprime la sua estrema devozione cadendo ai piedi dell'innamorata, che glieli fa trovare perfettamente adornati. In Sanscrito le cavigliere si chiamano Nupura, una parola etimologicamente legata a quella che indicava gli appartamenti femminili del palazzo: un luogo misterioso immaginato come sede delle mille delizie. In alcune comunità, le donne indossano cavigliere con grossi sonagli per allontanare i serpenti al loro passo, ma anche per poter essere facilmente rintracciabili quando non in vista, ed entrambe le caviglie vanno sempre ornate, seppur con modelli differenti. Sempre per protezione contro i serpenti sono anche le pesanti cavigliere tubolari indossate dalle donne adivasi, ossia delle comunità tribali.
Il passo ritmato dai piccoli sonagli delle cavigliere ha incantato nei secoli schiere di poeti. Nella danza classica indiana il suono delle cavigliere, unito con il ritmico posizionamento dei piedi, contribuisce grandemente all'effetto di insieme. Sono sconsigliate le cavigliere d' oro, metallo che rappresenta la dea Lakshmi, dea dell' abbondanza e della ricchezza, e dunque nelle comunità ortodosse è considerato atto sacrilego indossarlo sui piedi.









Itra: profumo. Le essenze floreali indiane, considerate di origine divina, sono da sempre di qualità leggendaria e si crede che venissero prodotte secondo tecniche raffinate già nel 1500 a. C. Nel corso dei secoli si è sviluppata una vera e propria arte della profumazione, ed esistono fragranze adatte a diverse ore del giorno, a diversi tipi di abbigliamento, a seconda del tipo fisico e caratteriale delle signore e a seconda della stagione. Si va dall'essenza che riproduce l'odore della terra bagnata dopo le piogge a quella dello zafferano che inebria come il vino.



domenica 25 giugno 2017

La leggenda di Re Laurino







Una delle più suggestive leggende delle Dolomiti, spiega perché queste montagne, all'alba e al tramonto , si tingono di rosa.

Secondo questa leggenda, sul Catinaccio, la dove oggi si intravvede fino a primavera inoltrata una grande chiazza di neve raccolta in una sorta di catino, si adagiava un tempo il giardino di rose di re Laurino. Ecco perché in tedesco il Catinaccio si chiama Rosengarten, cioè giardino delle rose.






Re Laurino regnava su un popolo di nani che scavavano nelle viscere della montagna alla ricerca di cristalli, argento e oro. Il re inoltre possedeva due armi magiche: una cintura che gli forniva la forza di 12 uomini e una mantello che lo rendeva invisibile.

Un giorno il re dell'Adige decise di maritare la bellissima figlia Similde e per questo motivo invitò tutti i nobili del circondario ad una fiera di maggio. Re Laurino ,benché non fosse stato invitato, decise di partecipare comunque.

Quando fu sul campo in cui si stava svolgendo il torneo e vide Similde , se ne innamorò perdutamente, la caricò in groppa al suo cavallo e la portò con sé a spron battuto verso il suo giardino di rose.





I cavalieri presenti,  accortisi del rapimento, si lanciarono all'inseguimento dei fuggiaschi e in breve si schierarono tutto intorno al roseto. Re Laurino allora indossò la sua magica cintura e si gettò nella mischia. Ben presto  però si accorse che non avrebbe potuto sostenere da solo  l'assalto di tutti quei cavalieri, perciò si avvolse nel mantello magico che l'avrebbe reso invisibile.
 
Purtroppo , benché gli assalitori non potessero vederlo, le rose si piegavano al suo passaggio , svelando in tal modo al nemico la sua via di fuga. E così, il povero Re Laurino fu catturato e imprigionato.
 
 
Furioso nei confronti di quel roseto che lo aveva di fatto tradito, il re lanciò la sua maledizione : né di giorno né di notte alcun occhio umano avrebbe più potuto ammirarlo. Dimenticò però di citare l'alba e il tramonto ed è per questo che da allora accade che, all'alba e al tramonto, il Catinaccio si colori di rosa come un giardino colmo di rose di ineguagliabile bellezza.
 
 



sabato 24 giugno 2017

Rock and roll

Genere musicale e ballo di origine nordamericana, affine al boogie-woogie, caratterizzato dalla forza delle sonorità e dall'accentuazione ritmica; diffusosi intorno al 1955 in America, ove segnò una rottura col genere melodico in voga sino ad allora, è diventato in seguito popolarissimo in tutto il mondo.

Rock e rock and roll sono spesso usati come sinonimi. Rock significa letteralmente dondolare, oscillare; roll, rotolare. Rocking era un termine utilizzato dai cantanti gospel nel Sud degli Stati Uniti, per indicare qualcosa di simile all’estasi mistica. Ma il musicista blues Roy Brown nel ’47 lo usò nella sua canzone Good rocking tonight



 con un significato ben diverso: la parola rock era apparentemente riferita al ballo ma celava in realtà un’allusione al sesso. L’espressione rock and roll viene attribuita al dj bianco di Cleveland Alan Freed, 



che nel 1951 iniziò una trasmissione radiofonica dal titolo “Moondog Rock ’n’ Roll party” per diffondere la musica nera tra i ragazzi bianchi. 


Il rock non è nato dal nulla; anzi, si può dire che tra gli ingredienti del rock and roll che fa la sua prepotente apparizione sulla scena musicale americana alla metà degli anni cinquanta non vi sia, in fondo, niente di veramente nuovo. Ciò che è straordinariamente nuovo, e anzi rivoluzionario, è il modo con cui elementi e stili esistenti sono stati combinati per creare una forma musicale nuova. Il racconto della nascita del rock è un buon esempio di come, nella musica popolare, i semi possano dare frutti insperati, esiti completamente imprevisti. Dunque, nel 1954, l’anno cui si fa in genere risalire la nascita del nuovo stile, già da qualche anno la sigla “rock and roll” era in circolazione: un dj di Cleveland, Alan Freed, l’aveva lanciata all’interno di un programma in cui trasmetteva dischi di rhythm and blues per un pubblico bianco.
Ora, il rhythm and blues era un genere riservato ai neri; chiamarlo rock and roll era un modo per popolarizzarlo presso il pubblico bianco e, insieme, per neutralizzarlo. Artisti bianchi, infatti, cominciarono a produrre "cover" dei successi  di rhythm and blues che se ne tradivano lo spirito più autenticamente ribelle cominciavano ad abbattere i confini tra due tipi di pubblico che si servivano di prodotti diversi, come diverso era il colore della loro pelle.  Ed eccoci al 1954, al momento in cui entra in sala d'incisione Bill Haley, 




un artista che proveniva dal mondo del country, la musica bianca delle campagne statunitensi, ma che era attratto dalla forza espressiva degli artisti afroamericani. Haley registra Rock Around the Clock: è anche questa una cover, ma, caso raro, una cover nettamente superiore all'originale, inciso pochi mesi prima da uno sconosciuto gruppo rhythm and blues, Sonny Dae and the Knights. 
I più grandi interpreti del rock and roll sono stati:


Buddy Holly

Elvis Presley

Chuck Berry










 Mentre andava sviluppandosi il genere musicale rock iniziarono quasi contemporaneamente a essere create delle danze che potessero essere accompagnate da tale tipologia di musica.  Attorno al 1940  fece la sua comparsa lo stile che oggi noi chiamiamo boogie-woogie. Quando, attorno al 1955, la musica rock and roll riuscì a diventare famosa più di ogni altra sua concorrente, il boogie si trasformò definitivamente e per l'ultima volta in una danza più movimentata e competitiva, l'attuale Rock'n'Roll acrobatico.




Il più scatenato ballo di coppia, il Rock and Roll, affonda le sue radici nel jazz e nello swing. Esprime il desiderio di premere sull’acceleratore con un ritmo sempre più frenetico, esploso negli Stati Uniti degli anni Cinquanta. Prima non erano mai esistiti passi così veloci! Il ruolo del Rock & Roll nella storia del ballo, della musica e del costume è insostituibile.



venerdì 23 giugno 2017

Tradizioni per San Giovanni

Delle tradizioni che riguardano questa festa abbiamo già parlato qui: http://ilclandimariapia.blogspot.it/2012/06/san-giovanni-e-lisola-comacina.html e qui
http://ilclandimariapia.blogspot.it/2013/06/le-erbe-di-san-giovanni.html e pensavo di avere esaurito l'argomento. Non è così! Oggi, sulla pagina facebook della mia amica Ignazia Atzori ho scoperto che in Sardegna, la sua terra, c'è un'usanza bellissima, che mi dispiace non sia conosciuta anche qui da noi.









 Il 24 giugno è la notte di San Giovanni, da sempre considerata una notte magica, che segue il solstizio d’estate quando il sole è al suo apice e imprime forza e vigore alla natura e alle sue creature.
Gli antichi credono che questa notte sia particolarmente magica perché proprio in questa notte “cadde la rugiada degli Dei“, leggenda nata dalla credenza che il solstizio d’estate sia la porta attraverso la quale gli dei facevano passare i nuovi nati sotto forma di rugiada.
San Giovanni Battista (Regno di Erode, fine I secolo a.C. – Macheronte, 35 d.C. circa) fu un asceta fondatore di una comunità battista, venerato da tutte le Chiese cristiane e presente anche nel Corano col nome di Yaḥyā come uno dei massimi profeti che precedettero Maometto.
Questa festa in onore di San Giovanni è da considerarsi il primo giorno di una nuova stagione e di magia, dove la natura si trova nel suo massimo vigore e splendore, dove la rinascita è forte e bisogna incanalare queste forze per non incorrere in eventi avversi, che si possono manifestare sotto forma di malattie, siccità e tempeste, e che possono rovinare i raccolti.
La leggenda narra che durante questa notte il sole, rappresentato come il fuoco, si sposi con la luna, rappresentata come l’acqua, e da questa credenza nascono i riti dei falò e della rugiada, presenti nella tradizione contadina e popolare.
In questa notte le piante e i fiori vengono influenzati da una particolare forza e per sfruttarle al meglio si può preparare l’acqua di San Giovanni.
Un’altra leggenda narra che durante questa notte magica e ricca di forza, le streghe si riunissero attorno ad un antichissimo albero di noce, e con i frutti di questi alberi stregati, ancora verdi e madidi di rugiada preparassero il nocino, un liquore considerato terapeutico.




Preparare l’acqua di San Giovanni

Per preparare l’acqua di San Giovanni bisogna raccogliere, durante la vigilia della notte del 24 giugno, una misticanza di erbe e fiori che può essere composta da ginestre, papaveri, fiordalisi, petali di rose canine e di rose coltivate, caprifogli, foglie profumatissime dell’erba di santa Maria, menta, iperico (chiamato anche erba di san Giovanni che ha proprietà paragonabili ad alcuni psicofarmaci), mazzi di sambuco, garofanetti, trifoglio, ranuncoli, lavanda, camomilla matricaria, timo, amaranto, basilico, salvia, rosmarino, centinodio, mentuccia, malva e foglie di noce, artemisia (chiamata anche assenzio volgare e dedicata a Diana-Artemide), finocchio selvatico (potente amuleto utile ad affinare l’occhio negli inganni), l’avena (simbolo d’abbondanza che aiuta a fare la scelta giusta).



Al tramonto bisogna immergerle in un bacile d’acqua e lasciarle fuori tutta la notte in modo che la rugiada magica vi si depositi sopra.
La mattina del ventiquattro ci si può lavare il viso e il corpo con questa acqua profumata, in un rito sacro e misterioso tramandato da anni, quest’acqua ha il potere di preservare dalle malattie, scacciare il malocchio e   la malasorte. Si possono immergere i bambini che usufruiranno dei benefici delle piante lasciate a macerare e ne ricaveranno una pelle profumata e purificata.
Volendo si può anche raccogliere la rugiada magica che si forma durante la notte di San Giovanni e usarla al mattino per purificare viso e corpo, si narra che fosse utile per far ricrescere i capelli, favorisse la fecondità, curasse la pelle ed allontanasse le malattie.


La rugiada si può raccogliere in diversi modi, volendo si può anche rotolare sopra l’erba bagnata durante le prime luci dell’alba… ma di solito si usa raccoglierla trascinando una pezza sull’erba che si impregnerà dell’acqua della notte.
Si può anche scavare una piccola buca in cui infilare un contenitore e ricoprirla con un telo impermeabile o un nylon con un foro in prossimità del contenitore, in modo che durante la notte la rugiada si posi sul telo e scivoli dentro al contenitore.
Un’altra usanza della notte di San Giovanni sono i fuochi, accendere un fuoco durante questa notte è un rito propiziatorio e purificante infatti si crede che scaccino i demoni e le streghe e prevengano le malattie.


Danzando intorno al fuoco si scaccino le streghe che volano nel cielo prima di andare al mitico noce di Benevento dove si tiene il loro convegno annuale; si rafforzino con la catena delle mani l’amicizia e la solidarietà; si diventi immuni dalle avversità saltando le braci avanti e indietro.
E poi si crede che i giovani che salteranno le braci del fuoco si sposeranno entro l’anno e saltare in coppia favorisce la nascita di un bimbo.
La cenere dei fuochi di San Giovanni, sparsa nei campi, si pensa che protegga i semi dai parassiti, mentre un tizzone spento di questo fuoco magico protegga la casa dai ladri.

giovedì 22 giugno 2017

Il mondo delle fiabe secondo Benjamin Lacombe








Benjamin Lacombe è un illustratore francese nato a Parigi nel 1982, sicuramente un giovane talentuoso visto la notorietà acquisita nonostante la giovane età.
Appassionato fin da bambino del mondo dell'illustrazione e dei fumetti e formatosi alla Scuola Superiore Nazionale di Arti figurative, ha lavorato in pubblicità ed animazione già durante gli studi. Presto conteso dalle case editrici ,ha pubblicato numerosi libri , dai classici della letteratura alla fiabe più famose, raccontandole e illustrandole a modo suo.
 
Innamorato dei suoi cani, Lisbeth e Virgilio, che fa apparire "occasionalmente" nei suoi lavori con quel vezzo tipico di Hitchcock che tutti ricordiamo, è un artista eclettico,  in grado di misurarsi con diverse forme d'arte, sia nel campo dell'animazione che dell'illustrazione.
Particolarmente attratto dal mondo incantato delle fiabe classiche, ne illustra i personaggi nel suo tipico stile, tra il naif e il visionario, un po' inquietante per chi, come me, è cresciuto con le immagini rassicuranti degli illustratori degli anni '50.

Ecco, ad esempio, la sua Biancaneve :




















I suoi personaggi   hanno occhi grandi da cui trapelano emozioni, fragilità, inquietudine. A volte sono pallidi, diafani, altre volte sono rappresentati con una vera esplosione di colori, ma nessuno di loro sorride mai. 

















 
 


















































Ho letto diverse recensioni sul lavoro di questo illustratore, tutte entusiaste. Anch'io apprezzo la sua fantasia, la sua tecnica e non saprei proprio, soprattutto vista la mia ignoranza in materia, quali critiche avanzare   sul suo operato...eppure, non riesco a conciliare la sua immagine di giovane brillante, aitante e simpatico con tutta la tristezza che leggo negli occhi e nei volti da lui illustrati.